IL MONDO NEL PALLONE

La grande sfida nella geopolitica nei mondiali 

       

Szydłowiec, voivodato della Masovia, Polonia. Marek Kopacz è un procuratore distrettuale nel pieno di un’indagine sulla malavita del posto. Vive secondo il rigoroso ritmo di un abitudinario, come Immanuel Kant nella vecchia Königsberg. La sera del 30 giugno 1998, nonostante la Polonia fosse uscita ai gironi, guarda il mondiale: Inghilterra – Argentina. È l’era degli Ortega, dei Beckham. Di Michael Owen lì davanti. Un altro calcio. Gli inglesi conducono 2 a 1, ma nel recupero Javier Zanetti pareggia, imbeccato da Veròn e da tale Gabriel Omar Batistuta. I supplementari valgono uno strappo alla routine, e la passeggiata e dopo ancora la caserma possono aspettare. In quella mezzora, lungo la strada di Szydłowiec scoppia la bomba che gli era stata destinata dai malavitosi. Zanetti gli ha salvato la vita. Un gol del mondiale giocato in Francia può salvare una vita in Polonia.

Questo aneddoto rende l’idea, iperbolicamente, dell’importanza del mondiale per la vita di tanti. Più prosaicamente, il mondiale di calcio è una manifestazione in cui convogliano un insieme di interessi e di attenzioni che trova pari solamente nelle olimpiadi. Per questo è un evento che interessa le relazioni internazionali, ancorché declinate nella cornice idealmente pacifista dei valori dello sport. Guardare al mondiale per riflettere sulle relazioni geopolitiche può rivelarsi un esercizio di analisi molto utile. Anzitutto, la Fifa. Le Nazioni Unite riconoscono 193 Stati, la confederazione calcistica 211; qui, il voto di ciascuna ha il medesimo peso. Già questo un bel problema. Mettere d’accordo tutti è pressoché impossibile, e purtuttavia la scelta di allargare la partecipazione al mondiale a 48 squadre, così anche di spalmare una competizione su scala continentale (Canada, Stati Uniti e Messico insieme) sembra essere dettata esclusivamente da interessi economici più che sportivi. Sulla stessa lunghezza d’onda l’annuncio di Infantino, il 16 dicembre scorso, di un Mondiale per club a 32 squadre dal 2025. Evidentemente, all’immagine della Fifa non bastavano gli scandali sulle assegnazioni del 2010, né sul rispetto dei diritti civili e dei lavoratori in Qatar.

Ma il calcio è una passione più forte della Fifa. Così veniamo ai mondiali in corso e chiediamoci: qual è stato il match geopoliticamente più coinvolgente? La risposta non può che essere Iran – USA, disputata il 29 novembre al Al Thumama Stadium di Doha e vinta dagli americani grazie a una rete di Pulisic. È sotto gli occhi dell’opinione pubblica occidentale ciò che sta accadendo in Iran in relazione alle proteste ed alle persecuzioni della teocrazia islamica di Ali Khamenei. Mentre le coraggiose donne iraniane, heroes of the year per il Time, continuano nelle loro rivendicazioni e battaglie di piazza, i calciatori, in segno di protesta, non cantano l’inno nazionale o lo intonano a mezza bocca. Un comportamento che costerà loro minacce da parte del regime islamico. Insomma, la tensione è altissima, da Doha a Teheran. I rapporti Usa – Iran sono storicamente molto particolari, alterni e controversi, basti considerare che l’Iran è pressoché l’unica potenza islamica ad essere sempre riuscita a sottrarsi alla sfera di influenza americana. Tanto più è noto quanto l’intelligence americana abbia faticato, se non fallito, a penetrare i gangli del potere iraniani già al tempo degli scià. A maggior ragione dopo la rivoluzione. La tensione tra i due Stati negli ultimi anni è accresciuta sempre più, tanto che la situazione all’inizio del 2020 ha rischiato di tralignare in guerra. Sul tavolo la complessa questione del nucleare iraniano, Jcpoa. Oggi, alla luce dell’aggravarsi della situazione interna al quadrante iranico, la possibilità di raggiungere un accordo dopo i lunghi negoziati di Vienna sembra definitivamente tramontata ed il mondo aspetta le prossime mosse delle due controparti. Accordo destinato a sfumare anche e soprattutto considerato che l’Iran ha fornito droni militari alla Russia, (prima del 24 febbraio, stando a Teheran), ragione per cui il regime islamico è sotto aspre sanzioni economiche. Il caos sprigionato dall’aggressione russa è spaventoso, ed il rapporto Usa – Iran è uno dei fronti più pericolosi ed incerti. 

Nell’attesa angosciante non resta che stare dalla parte delle proteste e delle donne iraniane. Beiranvard, portiere dell’Iran, è la storia di una vita che può dare speranza. Nato nomade, pastore, cresce giocando a chi tira più lontano le pietre. “Dal Paran”, si chiama il gioco. Poi lascia tutto per fare i lavori più umili, pur di giocare a calcio, finché tanti anni dopo, a Saransk, gli capita di giocare la Coppa del Mondo e di parare un rigore. A Cristiano Ronaldo.

In Qatar, Alireza Beiranvard c’era ancora, ed ha giocato contro l’Inghilterra. 

Non ha cantato l’inno.

Giuseppe Gris
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