Il Panfilo racconta – 4 marzo 2024

Cornamuse, kilt, verde e grigio. Quella bellezza di Edimburgo e del suo rugby

È impossibile mancare Edimburgo e Murrayfield in un viaggio rugbistico. Arrivando con l’autobus o con la metropolitana di superficie dall’aeroporto, prima ancora del castello che sta in cima al Royal Mile, vi si paleserà il mitico stadio di Murrayfield.

Se mi è esplosa una passione gigantesca per il rugby, certamente galeotta fu Edimburgo. Salimmo in sette quella prima volta nel febbraio del 2005, ricordo tutto o quasi di quell’avventura: le emozioni, il timore, la scoperta, il fascino, il totale innamoramento.

All’epoca della prima trasferta rugbistica non c’era il trenino, ma c’era un autobus che faceva la spola dall’aeroporto al centro di Edimburgo. 

Il mio mondo rugbistico era il San Marco di Mugnai e le persone che vivevano attorno o dentro il Rugby Feltre; facevo, di tanto in tanto, qualche scappata a Monigo, ma nel complesso il rugby per me aveva (e ha) soprattutto i colori granata. Per cui, capii di essere arrivato nel posto giusto quando, nei pressi della fermata dell’autobus, che ci portava dall’aeroporto al centro città, vidi passeggiare il Maestro Gabrielli: bon siamo giusti, pensai, questa è Edimburgo, qui c’è del rugby. Siccome per me non c’era e non c’è rugby senza il Maestro Gabrielli, aver visto lui per primo, dal mio seggiolino dell’autobus, quel venerdì pomeriggio di fine febbraio, suonò come un’investitura.

Quando, poi, un amico feltrino, incontrato in un pub, mi disse che alloggiava al Murrayfield Hotel e che era talmente vicino allo stadio che sarebbe stato come se avesse dormito allo Speckeller il giorno di una partita al San Marco di Mugnai, tutto mi sembrò proprio normale, un segno del destino.

Quello stesso amico l’indomani improvvisò pure una jam session in un pub, con una “boule dell’acqua calda col piffero” (leggasi cornamusa), ma questa è una delle tante storie dei terzi tempi, che rimangono là, a imperitura memoria, senza necessità di indagare oltre.

Dormimmo in un bellissimo bed & breakfast, in una laterale di Rose Street (la via dei pub), al 53 di Frederick Street. Questa via in discesa verso i Queen street gardens, con questi severi palazzi vittoriani di pietra scura e chiara alternati, divenne subito casa nostra. Lì sotto, appena usciti dal b&b, c’era il Queens arms, un bel pub, al quale si accedeva scendendo quattro, cinque gradini dal marciapiede, con un bellissimo bancone circolare e centrale. Lì bevemmo la prima pinta rugbistica di un terzo tempo che dura quasi da vent’anni. Noi con le nostre bellissime maglie azzurre dell’epoca, gli scozzesi in kilt. Noi curiosi di loro, loro curiosi di noi, finì con molti brindisi, a tal punto che ci dimenticammo quasi di cenare. 

Fino ad allora per me i grandi eventi erano associati al calcio e il football di casa nostra in quegli anni, ancora più di adesso, era gradoni di cemento, stadi freddi, polizia, celerini, guai a indossare una sciarpa della tua squadra. Immaginatevi cosa provai arrivando a Murrayfield, quando le cornamuse iniziarono a intonare Scotland the brave, all’arrivo del pullman della Scozia, con gli scozzesi che ci cercavano per fraternizzare. 

Mi viene la pelle d’oca o pel de pita (cit.) anche ora, mentre scrivo.

Come annunciava il mitico telecronista della Rai, nonché rugbista, Paolo Rosi: “spira aria fredda dalle Highlands” ed è proprio vero, neanche a farlo a posta, kilt, cornamuse e vento gelido vi accompagneranno nel vostro pomeriggio di rimbalzi ovali e francamente, guai se non ci fossero. 

Murrayfield è uno stadio attorniato dal verde, che contiene oltre 65mila tifosi. La Scozia del rugby è una potenza, nonostante sia il prodotto di una piccola nazione, che si basa su due franchigie (Edimburgo e Glasgow) e nonostante non abbia mai vinto il Sei Nazioni, perché l’ultimo successo risale all’ultima edizione del Cinque Nazioni, nel 1999.

Uno dei momenti più attesi è certamente quando la cornamusa in cima al tetto dello stadio intona le prime note di Flower of Scotland. Quella volta non riuscì a tenermi e cantai anch’io assieme agli scozzesi il loro inno: alla pel de pita si aggiunsero i lagremoi (lacrime – cit.).

L’atmosfera sembra quasi fredda, in tono con il meteo, ma appena i trequarti di casa iniziano a mulinare le gambe, apriti cielo, un autentico boato si alza dagli spalti ad accompagnare gli assalti dei nipotini di William Wallace. 

Il terzo tempo fu un’autentica rivelazione, avevamo sentito della gentilezza dei giocatori, della loro disponibilità, ma non potevamo immaginare di tornare a casa con le foto con John Kirwan, Alessandro Troncon e Chris Patterson, la tremenda “gambetta meccanica” della Scozia di quegli anni, uno che centrava i pali dal cortile di casa sua, meglio se in un pomeriggio di pioggia e vento orizzontale.

Indimenticabile il commento di John Kirwan, ormai prossimo all’esonero, a causa di quella sconfitta di fine febbraio 2005. Estrasse uno dei suoi migliori sorrisi, ci abbracciò praticamente tutti per fare la foto e ci disse nel suo italiano, con accento neozelandese e trevigiano: “ragazzi non sapete quanto mi costa questo sorriso”, sapeva di avere i giorni contati sulla panchina azzurra, ma ciò non gli impedì di fermarsi con i tifosi, di salutarli come si deve, di chiacchierare con loro.

La passeggiata che da Princes Street vi porta allo stadio è piacevole, abbastanza lunga per digerire fish and chips e pinte, che senza ombra di dubbio avrete sorseggiato in Rose Street.

Se venite colti da un colpo di sete improvviso, il Ryrie’s bar è lì a vostra disposizione, quasi a metà strada tra il centro cittadino e lo stadio.

Su Edimburgo è francamente inutile spendere molte parole, perché la città è una meraviglia assoluta ed è meta turistica tra le più note. Giusto qualche consiglio per una pinta e un hamburger: verso Murrayfield il gastro pub The Caley Sample Room farà proprio al caso vostro, attenzione, però, che servono birre artigianali. Tra i tanti in Rose Street, il cuore dice The Abbotsford, dove venimmo sfidati da un nugolo di uomini in kilt a cantare l’inno di Mameli, noi sempre con le nostre meravigliose maglie azzurre e ce la cavammo più che egregiamente.

Entrammo in questo leggendario pub e iniziarono a guardarci di sottecchi. Erano le nostre prime ore in terra scozzese, avevamo sentito e letto della leggendaria affabilità del popolo del rugby, ma insomma, a noi italiani rimanevano in mente gli hooligans. Avevamo adottato una strategia da sguardo basso e rece basse. Invece, questi omoni in kilt iniziarono a cantare il nostro inno, noi orgogliosissimi gli andammo dietro e finì come si può immaginare: pinte che andavano e pinte che venivano.

Un giro sull’Arthur’s seat, la collina che sta nel cuore di Edimburgo fatelo, anche solamente per smaltire gli eccessi di alcol e fritti. Una camminata fino al quartiere di Leith, che sta sul mare, merita, non fosse altro che per una birra e una meat pie all’Old chain pier, un pub bellissimo praticamente a picco sul mare.

E poi il Royal Mile, fino al castello, ma anche ai piedi del Royal Mile tutta la zona di Princes street da una parte, ma soprattutto Grassmarket dall’altra, una piazzetta alla quale si arriva grazie a una scenografica via in discesa, circondata da palazzi colorati, piena di locali vivacissimi, come il Fiddler’s Arms, un pub dove si mangia decorosamente.

A Edimburgo, dopo quel febbraio 2005, siamo tornati ancora per il mondiale del 2007, quando gli All Blacks ridussero a poca cosa la resistenza scozzese, per il Sei Nazioni e pure per le finali delle coppe europee, allorché vedemmo Parisse trionfare in Challenge cup e i Saracens superare di misura il Clermont, in a una strepitosa finale di Champions cup, nobilitata da una notevolissima meta di Nick Abendanon.

Nel 2007 salimmo in treno da Kings Cross (Londra), assieme ai pendolari del nord dell’Inghilterra. Condividemmo con loro chiacchiere e birre. Pagammo i biglietti del treno come quelli di un volo in Concorde, o quasi, perché all’epoca viaggiare in treno in Inghilterra non era economico.

Nel 2009, a causa del ritardo del volo da Treviso su Londra, perdemmo la coincidenza per Edimburgo. Non ci scoraggiammo. Prendemmo a nolo tre Seat e via nel cuore della notte, per coprire quelle quasi 400 miglia che separavano Stansted da Edimburgo. Mentre ci interrogavamo se quel mezzo di locomozione rappresentasse la scelta più idonea e non risultasse azzardata, qualcuno di noi disse che sarebbe stato “come partire adesso da Feltre per andare a bere un caffè a Napoli, cosa c’è di strano?” Come dargli torto.

Giungemmo in Scozia quando gli ultimi leoni della notte stavano tornando a casa. La capitale scozzese ci salutò con un ragazzo dal tasso alcolemico non del tutto trascurabile che rischiò di finirci sotto le ruote della macchina, perché perse il controllo della propria bicicletta, che come un cavallo imbizzarrito, lo disarcionò. 

Tre ore di riposo, dormimmo ben ma in pressa (cit.) e poi via a fraternizzare con gli scozzesi e a bussare alla porta del Gulford Arms, un bellissimo pub, per farci aprire. 

La partita ci lasciò, come spesso è accaduto, con l’amaro in bocca, ma fu anche quella una trasferta mitica.

Nel nostro cuore rimarrà, comunque, quella tarda domenica mattina del 2005, quando di rientro dalla camminata sull’Arthur’s seat, entrammo in un pub, poteva essere il Mitre, ai piedi del Royal Mile, chiedemmo di assistere a Irlanda – Inghilterra, la partita domenicale del Sei Nazioni. Lo chiedemmo una volta, lo chiedemmo due volte, lo chiedemmo tre volte e il landlord (il gestore) continuò a fingere di non aver sentito, o almeno così avevamo intuito noi. Invece, improvvisamente, quando ormai avevamo perso la speranza di assistere al match, si diresse verso la televisione per accenderla, proprio un istante dopo che erano terminate le note di God save the Queen e un istante prima che iniziassero le note di The Soldier’s song, l’inno nazionale della Repubblica d’Irlanda. Tornando verso il bancone ci guardò e ci disse: “ora si può guardare la partita”.

Giovanni Pelosio
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