Attualità – 4 marzo 2024

Fingere disobbedire condonare - Più che alla cultura dell’autorità, la destra in Italia è devota alla botta di culo

Ignazio di Loyola scrive ai propri confratelli gesuiti che obbedire ai superiori è necessario: “non perché il superiore sia per sua natura particolarmente giusto o buono” ma semplicemente perché “è il dovere del soldato [la Compagnia di Gesù si considera infatti un esercito religioso] quello di obbedire e farsi piccolo” di fronte a chi lo comanda, senza molte altre elucubrazioni ulteriori. Segno che, se Loyola lo specifica, i superiori possono essere anche ingiusti e cattivi: ma si deve comunque obbedire o, se le cose sono controproducenti, rivolgersi alle autorità ancora superiori, ma mai venire meno a quel patto di fiducia che si basa, appunto, sull’obbedienza perinde ac cadaver, proprio come i cadaveri e i corpi dei morti si possono trascinare e muovere senza che oppongano resistenza.

Queste parole, pensavo, non sono forse molto lontane dall’immagine reale della destra italiana? Altro che credere obbedire combattere. Altro che culto dell’autorità. Ma ve lo immaginate uno dei meloniani-leghisti, pistola alla tempia, che dovesse rispondere: “Obbedire al superiore? No, io scelgo il condono”. La destra dei condoni fiscali, dei condoni edilizi, dei reati finanziari aboliti e depenalizzati (si legga cos’ha scritto un economista come Alberto Alesina, certamente non di sinistra, sulle conseguenze  relative all’affidabilità dei bilanci aziendali): ogni tanto, però, l’omosessualità repressa del fascismo, come diceva il vecchio Gadda, ritorna fuori e così la confortante forma fallica del manganello, il vibratore di ogni autoritario frustrato, ritrova fortuna e sostenitori (come a Pisa, con quelle scene desolanti e le dichiarazioni da declino cognitivo che abbiamo visto in parlamento).

Altro che rigore di bilancio, altro che severità: si sono mai viste, prima di queste ultime settimane, le pubblicità dei buoni del tesoro in tv? Che sono, se non ricordo male, una vecchia ossessione di Salvini (anni fa voleva provare, mentre facevano crescere il debito pubblico lui e Conte, a piazzarli con modi creativi per cercare di ‘incoraggiare’ e/o ‘forzare’ gli italiani a comprarli perché non li acquistava più nessuno con la loro finanza bislacca). Mi sa che, purtroppo, l’uomo che ha fatto scuola in Italia non è qualche patriota del Risorgimento – di quelli, come Quintino Stella, di una severità di bilancio che oggi farebbe considerare i tanto vituperati “burocrati di Bruxelles” come dei benefattori del popolo: pensate che Stella riteneva una grande cosa comperare grani dall’estero se costavano meno, alla faccia della Coldiretti – ma Andreotti e la sua politica delle mance.

Perché, poi diciamolo: il fascismo fu soprattutto una grande abbuffata, oltre che violenza gratuita. Sarà pur vero che uno dei suoi intellettuali (autoproclamati, era un plagiatore di professione) come D’Annunzio diceva che lui disprezzava quell’Italia “puttana e bottegaia” di commercianti, locandieri e piccolissimi borghesi, ma alla fine furono proprio quelli che fingeva di disprezzare che compravano i suoi libri, mandavano i primi figli all’università per darsi un tono e si credevano intelligenti nell’essere fuori dal coro e quindi sottratti agli strali del Vate®: un giorno si dovrebbe anche discutere di quanto la destra rivendichi un certo anticonformismo e di come, in generale, l’essere controcorrente non è di per sé né una virtù né una prova di coraggio né una prova di particolare originalità (e, spesso, chi più lo rivendica più è coglione, fancazzista e leone da tastiera). E, poi ricordiamocelo: questi drammi senza colpe e meriti, questa fiducia nella carità degli altri, che non è neanche solidarietà. È proprio la speranza di compassione della poveraglia, dei servi che sperano nella monetina del padrone. La speranza della botta di culo (la multa non recapitata, il condono legiferato, l’evasione patteggiata). Alla faccia della nostra tanto difesa, a parole, identità cattolica (libero arbitrio, importanze delle opere, responsabilità) e della millantata sensibilità della ‘destra sociale’ (non può esistere una destra sociale: può esistere solo il rutto qualunquista) per le “fasce deboli” (dell’encefalogramma).

E allora che lo dica, anche Giorgia Meloni, che è giusto rivendicare con orgoglio l’identità della destra: quella di accattoni e piagnucoloni, perché non esiste cultura italiana più vittimista e lacrimosa. Alla fine credo anche di aver capito le polemiche sul decoro degli ultimi anni, il fastidio per gli extracomunitari che chiedevano l’elemosina fuori dai supermercati: perché portavano via un lavoro che i destri volevano proprio fare. Quello di piangere e domandare soldi. Piuttosto ridateci Margareth Thatcher, grazie.

Eddy Benato
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