Il Panfilo nel mondo – 2 ottobre 2023
Fra un anno, a Gerusalemme - Chi è ebreo?
Prima risposta. L’ebreo è il cittadino di Israele e il membro di enti che tutelano l’ebraicità che hanno voce in capitolo e gli riconoscono una certa patente di ebraicità. L’UCEI, Unione delle comunità ebraiche italiane, all’art. 2 del proprio statuto dice: “Secondo la legge e la tradizione ebraiche fanno parte [di ciascuna] Comunità gli ebrei che risiedono o sono domiciliati nella circoscrizione della stessa”. Ma qual è questa legge ebraica? Vedremo a suo tempo. Non ci è d’aiuto la World Zionist Organization, che, nel suo sito istituzionale, racconta generalmente la propria storia e definisce le forme istituzionali del suo operato, per poi rimandarci alla Jewish Agency for Israel, che è il suo braccio operativo, impegnata in prima linea per l’aliyah, il ritorno dell’ebreo nella sua terra. In effetti, anche spulciando nella sua guida per l’immigrazione in Israele – termine che non userò più: aliyah è il più adatto, e il suo significato va, come vedremo, al di là di un mero trasferimento e di una naturalizzazione – dopo l’ammirazione per la chiarezza e, anche, l’efficacia comunicativa con cui una guida ufficiale ricorre con accattivanti immagini e freschezza di linguaggio al creare empatia nel lettore, non si capisce molto del punto fondamentale della nostra ricerca: chi è l’ebreo? La guida parte in quarta a parlare di oleh, l’ebreo esule o diasporico che compie l’aliyah. La risposta è circolare e ne sappiamo meno di prima. Non meno criptico mi pare il linguaggio di altre blasonate istituzioni ebraiche in giro per il mondo. Il World Jewish Congress, altra organizzazione, di impronta, mi pare, più religiosa, rivela un’interessante mission dichiarata nella home page del proprio sito: assicurare l’unità degli ebrei nel mondo in un momento di crescenti conflitti interni. Che un simile intento, anche in tempi di guerra, sia tra i principali è notevole e deve far pensare: perché questa necessità di esternare che le polemiche sono aspre? Comunque anche qui non si cava un ragno dal buco. Sconsolato, non mi resta che aprire Wikipedia, perlomeno l’edizione in inglese è generalmente molto ben fatta. Anche stavolta la cura e la precisione bibliografica dei redattori – sto guardando la voce Who is a jew? – è da lodare: lunga l’introduzione, in cui in realtà non apprendo nulla di nuovo. L’ebreo è ebreo perché pratica una certa religione (l’ebraismo), appartiene all’etnicity (bisognerà ragionarci su. Come tradurla?) e al peoplehood (al popolo?) degli ebrei: noto una differenza importante con l’italiano. Noi utilizziamo la parola ebreo, mentre in inglese è noto che si usa jew, ma anche hebrew esiste, riferito alla lingua (ebraica) e agli antichi abitanti dell’odierno Israele e Palestina. Non è diverso in francese, e chi ha pratica di quella lingua noterà che è inversamente proporzionale l’occorrenza del loro les hébrèux rispetto al nostro “gli ebrei” (e viceversa, usiamo poco il termine giudeo: oserei dire che o in contesti letterari e là dove la lingua è più conservativa come nelle traduzioni bibliche, o lo si impiega, mi pare, con connotazioni negative, perché al di là delle versioni italiane dei Protocolli dei savi di Sion e di altre tirate complottiste e razzisticamente antisemite non ho mai sentito dire di qualcuno che “è un giudeo”). Ma sto divagando: l’unica risposta che anche i puntigliosi wikipediani anglofoni sembrano restituirmi è che, gira e rigira, bisogna andare a leggere cosa dice la normativa israeliana. In effetti ha senso: se un’istituzione ebraica – e la prima risposta alla domanda abbiamo detto che doveva essere istituzionale – è sionista, farà affidamento sulla legge di Israele, quantomeno anche quando la critichi, se non altro per migliorarla. Se, viceversa, ne darà un’interpretazione esclusivamente religiosa, guarderemo direttamente su quel versante (basti dire che ci sono ancora istituzioni di ebrei che si sentono tali per fede e che sono antisionisti: ne abbiamo avuto un saggio nelle recenti proteste a New York). La legge del ritorno (forse la miglior traduzione per aliyah) è stata scritta nel 1950, emendata nel 1970 e variamente reinterpretata dalla giurisprudenza della Corte Suprema. In estrema sintesi: l’oleh che può candidarsi per la cittadinanza è un discendente di ebrei secondo le interpretazioni della halakhah (il patrimonio normativo e regolamentale ebraico, lo vedremo) e/o un convertito che possa dimostrare, nelle forme dovute, la propria conversione. Occorre leggere per bene il testo: se nel testo originale diceva sinteticamente che ogni ebreo poteva venire in Israele come oleh, così non era nell’emendamento del 1970, dove si parlava esplicitamente che era ebreo ogni figlio di ebreo, senza specificare se si trattasse di madre o di padre.
Non vale per ebrei che professino altro credo: per fare un esempio, Liliana Segre, che è stata battezzata cattolica, dovrebbe abiurare, compiere i passaggi rituali e diventare ebrea a tutti gli effetti per compiere l’aliyah. Altrimenti, per ottenere la cittadinanza israeliana, dovrebbe trasferirsi e farsi naturalizzare come italiana residente nel paese: una condizione, però, che la priverebbe di un indubbio privilegio concesso agli ebrei israeliani, quello di mantenere due nazionalità, quella originaria e l’israeliana. Non così gli immigrati naturalizzati e considerati non ebrei. Attenzione, però, che Israele permette l’aliyah e considera oleh anche il convertito alla religione ebraica: se fino a qualche anno fa si richiedeva la conversione all’ebraismo ortodosso, più strutturato, o comunque alle tradizioni di più stretta osservanza, una sentenza della Corte suprema israeliana del 2021 ha acclarato che questo provvedimento costituiva una discriminazione nei confronti degli ebrei riformati, meno rigidi sull’applicazione delle norme e dei rituali. Una decisione che ha fatto insorgere non pochi dubbi e critiche: spesso, in ambienti conservatori, l’ebraismo riformato è visto come una religione all’acqua di rose e, quindi, incoraggiare così la conversione è stato ritenuto un modo per regalare la cittadinanza a piene mani a persone che avrebbero simulato una fede che in realtà non possedevano e che era più facile celare sotto le parvenze di un culto più liberale e meno esigente sul piano della disciplina. Abbiamo quindi visto che la risposta politica, istituzionale, normativa, alla domanda su chi sia ebreo, è sostanzialmente una delusione totale: la prospettiva religiosa rientra dalla finestra.
Seconda risposta. L’ebreo è colui che pratica il giudaismo, anche il convertito, quindi. Ora, è un luogo comune abbastanza assodato, che nella propria storia gli ebrei non abbiano mai visto di buon occhio i convertiti e, anzi, li abbiano osteggiati. Si è detto che gli ebrei guarderebbero con maggiore favore le comunità che si convertano per intero all’ebraismo, mentre il cristianesimo ha prediletto, piuttosto, la via personale, l’appropriazione del vangelo a livello di coscienza individuale. D’altra parte, ancora, si è insistito sulla natura, per così dire, di popolo eletto rivendicata dalla comunità ebraica, per cui al rapporto con Dio del tutto privilegiato sarebbero chiamati solo i membri di quel popolo, da cui anche un certo scetticismo per il proselitismo religioso. In effetti, è proprio uno dei punti di scontro tra Paolo di Tarso e gli altri apostoli l’interpretazione delle parole di Gesù su cui si combatte una vera guerra teologica in seno alla comunità cristiana delle origini: Paolo avrà la geniale intuizione di spostare il centro della discussione dal problema del popolo eletto a quello della grazia, in modo da aprire, anche all’apostolato presso i gentili, i pagani, i non ebrei. Una svolta straordinaria che avrà conseguenze millenarie: e con ricadute pesanti anche sugli ebrei. Afferma Paolo nella sua epistola ai Galati che non vi è più giudeo né greco: intrigante escamotage di un retore consumato che sta spostando per migliaia di anni a seguire i paletti della teologia della grazia. Sarà, questa distanza di toni e di modi, uno dei cavalli di battaglia della polemica religiosa antigiudaica: tutte le religioni tendono alla salvezza, quindi fanno inevitabile proselitismo, ma gli ebrei no. Forse che non sono così certi di possedere la verità o che sono troppo egoisti per condividerla con gli altri? Al contrario, pungoleranno i teologi più estroversi, la chiesa continuerà ad accogliere tutti e a lavorare per la salvezza del genere umano, di ogni anima. In realtà anche quest’interpretazione è frutto di un voluto intorbidimento delle acque e dall’ignoranza che ci si può accorgere di avere riguardo la religione ebraica, ci si può rendere conto di come, in realtà, l’Italia sia ancora un paese profondissimamente cattolico, nel midollo e nel subconscio. La procedura continua a rimanere rigorosa, ma nei fatti, va anche osservato come, alla fine, le conversioni europee all’ebraismo dal medioevo all’Ottocento non potevano che costituire una sorta di suicidio sociale: al di là della possibilità di finire nelle mani dell’Inquisizione – e soprattutto di quelle portoghese e spagnola: le più efficienti e le più dure, ché nella proto-Italia di allora, la romana fu generalmente più scarsa di risorse e di mezzi, per quanto credo – significava andarsi a ficcare in una posizione di precarietà, o comunque, di svantaggio sul piano fiscale, nel migliore dei casi, e una sicura perdita di credito a livello di patto comunitario. I numeri contano: e l’esiguità dei casi successi ci spinge a non accusare di “anti-proselitismo” gli ebrei, almeno per i secoli passati. Ad oggi, comunque, occorre rivolgersi alle locali comunità ebraiche e ai rabbini del luogo, per poter cominciare il proprio percorso, che si compie solo per gradi intermedi. Bisogna imparare a leggere l’ebraico, la storia della letteratura biblica, destreggiarsi nella complessa serie di sovrapposte autorità scritturali, morali, religiose della grande quantità di fonti normative per l’ebraismo (Torah, Talmud, commenti ed esegesi di ogni tipo…). I certificati di conversione per chi faccia richiesta, in Israele, vanno approvati o redatti dal rabbinato centrale. Questo per gli ebrei convertiti: e quelli di sangue? L’autorità è l’halakah, un complesso normativo che include i 613 precetti estratti dalla Torah, il Talmud e tutta la letteratura talmudica più importante e i commenti a corollario e una serie di detti, tradizioni, leggi anche secolari: un marasma, per noi, abituati a vedere il positivismo giuridico anche nella chiesa, che oggi è dotata del Codice di diritto canonico. In realtà, fino a non più di 120 anni fa, anche il cattolicesimo si regolava in modo simile, unendo al mare magnum delle bolle pontificie, anche leggi secolari, ordinanze di vescovi ed ordini, raccolte stilate nel Medioevo (le Decretali), gli scritti di Graziano e via dicendo. Dall’halakah si è tradizionalmente ricavato che l’ebreo è tale se discende da madre ebrea. Così fece anche la legge del ritorno del 1948, ma nel 1970 adottò una nuova definizione alla luce del più aggiornato dibattito: anche i discendenti di padre ebreo potevano dirsi ebrei. Nel 1983 la consulta dei rabbini americani, dopo una discussione non del tutto serena nei toni, finì per adottare questo principio: fu la svolta definitiva per imporre, a livello mondiale, questa linea di pensiero: per quanto, esistano ancor oggi comunità rigoriste che rigettano quest’innovazione considerata abusiva, ma si tratta di sacche di resistenza numericamente sparute e che, ai fini del discorso possiamo trascurare. Insomma, si potrebbe dire che abbiamo trovato finalmente una risposta: una definizione religiosa, perché quella politica, secolare, civile, non ci ha aiutato.
Su questo, però, dobbiamo chiudere. Il sionismo, che rivoluzionò in modo indelebile e permanente la storia degli ebrei, non fu un movimento patriottico e nazionalista in senso religioso: molti dei suoi animatori erano laici, alcuni anche antirabbinici (non se si può dire anticlericali) e atei, agnostici, teisti. Il movimento che farà nascere Israele era, anche, un movimento antireligioso: e come possiamo, quindi, considerare esaustiva la risposta religiosa, se i protagonisti stessi della lotta per la riscossa nazionalistica la trovarono, in fin dei conti, altamente insoddisfacente, così tanto da doversi mobilitare per formare uno stato? Perché, non dimentichiamolo, vi fu anche quella freccia per l’arco della polemica: una nazione era necessaria per rinvigorire gli animi, ammolliti dalla prosperità e dall’occidentalizzazione dei costumi. E, anche, dalla corruzione degli spiriti esercitata da un rabbinato pingue, macilento, crapulone.
Approfondimenti.
Sulla questione della legge del ritorno e le sue interpretazioni più o meno estensive della concessione della cittadinanza israeliana agli ebrei convertiti e ai discendenti di ebrei si faccia riferimento ai commenti, eccellenti, contenuti in JPPI Special Report on the 2016 Structured Jewish World Dialogue, Exploring the Jewish spectrum in a time of fluid identity, Gerusalemme, Jewish People Policy Institute, 2016, in particolare pp. 79-85. Sulla sentenza della Suprema corte riguardo gli ebrei convertiti al culto riformato: Patrick Kingsley, Ruling in Israel Broadens View Of Which Jews Can Be Citizens, in The New York Times, 2 marzo 2021, p. 13. Riguardo l’identità ebraica secondo la legislazione religiosa può essere utile l’orientamento generale offerto da questo bel portale online curato dalla School of Law dell’Università di Miami <https://web.archive.org/web/20080705164241/http://www.law.miami.edu/library/judaicguide.php> archiviato dall’originale e consultato il 18 novembre 2023.
