Attualità – 28 marzo 2025
Bianche come le morti sul lavoro - Editoriale 4/25
Se il bianco è il trait d’union di questo numero del Panfilo, non possiamo esimerci, in concomitanza con due ricorrenze appena celebrate, ossia la giornata mondiale per la sicurezza e salute sul lavoro (28 aprile) e il lungo fine settimana del 1° maggio, di dedicare qualche riflessione proprio al lavoro, alla vigilia, peraltro, della tornata referendaria, con cui la CGIL tenta di scardinare gli assi portanti del Jobs Act di renziana memoria.
1.090 sono state le morti sul lavoro in Italia nel 2024, 805 in occasione di lavoro e 285 in itinere. In Veneto, nei primi due mesi del 2025, si sono registrati 10.793 infortuni sul lavoro, di cui 15 mortali, mentre le denunce di malattie professionali nel corso del 2024 sono state 5.510, sempre nella nostra regione, raggiungendo quasi il 20% in più rispetto al 2023.
Si muore di lavoro, ci si ammala di lavoro, il tutto nel contesto di quella che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel discorso proferito in vista del Primo maggio, ha definito una intollerabile indifferenza:
“Quella delle morti del lavoro è una piaga che non accenna ad arrestarsi e che, nel nostro Paese ha già mietuto, in questi primi mesi, centinaia di vite, con altrettante famiglie consegnate alla disperazione. Non sono tollerabili né indifferenza né rassegnazione. E’ evidente che l’impegno per la sicurezza nel lavoro richiede di essere rafforzato. Riguarda le istituzioni, le imprese, i lavoratori”.
I sindacati confederali hanno dedicato al tema della sicurezza sui luoghi di lavoro l’intero Primo maggio 2025 e pure uno dei quesiti referendari, che passeranno il prossimo 8 e 9 giugno al vaglio dell’elettorato, è dedicato alla sicurezza e alla salute sui luoghi di lavoro.
Eppure, si continua a morire di lavoro con una media di tre decessi al giorno, in un Paese, il nostro, dove i tecnici della prevenzione sul lavoro, che si occupano delle ispezioni, sono 2.108, in sostanza uno ogni 11.800 lavoratori, un ispettore ogni 1.500 aziende. Insomma, cosa mai potrà andare storto?
In alcune regioni si stima che, per completare anche una sola visita a tutte le imprese, potrebbero servire 15 anni.
Eppure, eravamo partiti da qui: dal combinato disposto degli articoli 2, 32, 35 e 41 della Costituzione italiana, che prevede la tutela della persona umana nella sua integrità psico – fisica, come principio assoluto ai fini della predisposizione di condizioni ambientali sicure e salubri sui luoghi di lavoro.
Fatta la Costituzione, poco alla volta si sono fatte le leggi (il Testo unico per la sicurezza sui luoghi di lavoro giunge nel 2008), ma altrettanto poco alla volta si sono smantellate le strutture che avrebbero dovuto sovrintendere all’applicazione delle norme sulla sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro, se è vero, com’è vero, che anche nella nostra Provincia, l’Ispettorato territoriale del lavoro di Belluno è stato accorpato a Treviso e se altrettanto corrisponde a verità affermare, per esempio, che anche soltanto per impugnare un licenziamento di fronte alla sezione Lavoro del Tribunale di Belluno, in tempi recenti è stato necessario attendere undici mesi, tra la data di deposito del ricorso e la data della prima udienza.
E se si muore di lavoro, da un lato, dall’altro lato per molti il lavoro che viene svolto non è vita o non consente di vivere una vita dignitosa. Illuminante sotto questo profilo il volume sul caso GKN, scritto da Dario Salvetti con Gea Scancarello, per la casa editrice Fuori scena, che racconta la vicenda della ex GKN, tuttora in corsa, del collettivo che sta occupando e tenendo la fabbrica aperta, in ordine e possibilmente in funzione, passando da lunghi periodi senza retribuzione, a brevi momenti retribuiti, o a intervalli di cassa integrazione.
Una vicenda paradossale ma davvero esemplificativa del sistema attuale, non troppo distante da altre esperienze che anche in Provincia stiamo vivendo.
Nel caso della GKN, una fabbrica che produceva semiassi per l’industria automobilistica, il 9 luglio 2021, con una e-mail, viene comunicato a 422 lavoratori l’avvio della procedura di licenziamento collettivo.
GKN licenzia nel 2021, dopo il blocco dei licenziamenti coinciso con la pandemia e dopo il calo di fatturato del 2020, sempre legato alla pandemia, ma con i dati del 2021 che raccontano di una ripresa del 7% sull’anno precedente e del 14% sulle previsioni aziendali.
Esistevano in quel contesto le condizioni per chiudere? Il fondo proprietario dell’azienda ha agito secondo quanto previsto dall’art. 41 della Costituzione, per cui l’iniziativa economica privata è sì libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana?
Nasce una lotta operaia che non ha eguali almeno negli ultimi trent’anni, la fabbrica viene occupata, i macchinari puliti e oliati, viene fondato un collettivo di fabbrica che si relaziona con le comunità territoriali.
Neppure l’ingresso di una nuova proprietà sblocca le cose, perché piani industriali non se ne vedono, anzi, l’unico piano industriale di riconversione lo presenta proprio il collettivo di fabbrica della ex GKN, grazie allo studio e alla collaborazione con l’istituto di economia della scuola superiore Sant’Anna, un centro universitario di eccellenza.
Nel frattempo i lavoratori e le lavoratrici della ex GKN passano da essere considerati “toscani dell’anno” a risultare come dei rompiscatole, che non consentono alle proprietà che si sono succedute di chiudere in santa pace la fabbrica e passare ad altro.
Il caso della ex GKN è significativo e per certi versi unico, ma di aziende o di rami di azienda passati di proprietà, di tavoli di crisi, di contributi pubblici e di inesistenti piani industriali, se ne sente parlare quasi ogni giorno, anche entro i confini della nostra provincia.
Libération ci ha raccontato che il 1° maggio francese ha dibattuto di panifici aperti, del diritto anche dei lavoratori e delle lavoratrici di quel settore di astenersi dal lavoro il Primo maggio e della vecchia ricetta di Sarkozy, “lavorare di più per guadagnare di più”, in sostanza, ripetuta, rimescolata e ripresentata sotto un’altra veste “una grande nazione come la Francia, dove tutti vogliamo prosperare” e se si vuole prosperare, è necessario tenere aperte le boulangerie anche il Primo maggio, insomma lavorare di più.
Un’ossessione della politica francese, dice Libé.
In questo contesto, però, Libération sottolinea come aver discusso di questo non abbia consentito di concentrare l’attenzione sul conservatorismo datoriale, su quello che viene definito il “feticismo” dei diplomi nei processi di assunzione del personale, del potere d’acquisto in caduta di salari e pensioni, dello scarto salariale all’interno delle aziende e soprattutto del malessere dei lavoratori e delle lavoratrici, che Libération dichiara essere esploso tra i giovani salariati, così come tra i quadri.
E proprio dalla Francia giungono due testi interessanti: “A la ligne” di Joseph Ponthus, uscito in Italia come “Alla linea”, per Bompiani e la raccolta di poesie “Diario di un manovale” di Thierry Metz, edito da Edizioni degli animali. Entrambi lavoratori interinali, entrambi morti giovani, entrambi con un sogno da coltivare.
Joseph Pontus, dopo essersi trasferito da Parigi in Bretagna, non riesce a sopravvivere con il proprio impiego di assistente sociale e allora lavora come interinale nell’industria del pesce surgelato prima e della grande macellazione, poi, vive la fabbrica, i turni, il tutto per consentirsi di poter coltivare il sogno di diventare uno scrittore per davvero. Ponthus racconta la fabbrica, i colleghi e le colleghe, il rapporto con i superiori, i sentimenti, la fatica, i fine settimana che volano, gli scarsissimi momenti di vera libertà, tra una fatica da smaltire e una fatica nuova in arrivo, a tal punto che il lavoro, necessario per vivere e per coltivare il sogno di scrivere, gli toglie proprio la forza per scrivere, con la spada di Damocle della scadenza del contratto a tempo determinato, il timore che non gli venga rinnovato e, a quel punto, va bene anche la fabbrica e tutto quanto questa comporta.
“L’altro giorno in pausa sento un’operaia dire a un collega
Ti rendi conto oggi è così stressante che non ho nemmeno il tempo di cantare
Penso che sia una delle frasi più belle più vere e più dure che siano mai state dette sulla condizione operaia
Quei momenti in cui è così indicibile che non hai neanche il tempo di cantare
Solo di vedere la catena che avanza senza fine l’angoscia che sale l’ineluttabile della macchina e dover continuare a tutti i costi la produzione comunque
Nemmeno il tempo di cantare
E diosanto se ce ne sono di giorni che no”.
Thierry Metz dopo i macelli e la fabbrica, viene mandato dall’agenzia interinale in un cantiere edile e qui racconta le giornate di un muratore. Metz racconta il peso, la fatica, l’odore di malta e calcinacci e usa la scrittura non per ornare o amplificare, ma per illuminare il reale, come si legge nell’introduzione del testo di poesie, tradotto dal poeta italiano Andrea Ponso.
“Il piccone è meno loquace il venerdì. Si sente nelle reni che si è portato del peso tutta la settimana. Si sente che ci si avvicina. Sono gli ultimi metri prima della pausa, prima di ritrovare il libro d’immagini nel pugno chiuso del dormiente.
Lavoro di traghettatore. Da una riva all’altra, sulla zattera di una parola data in dono ma anche di un ordine. Nessuna merce; pietre, calcinacci, terra, tutto un sottosuolo che illumina anche il gesto più insignificante, che lo trasmette da manovale a manovale.
Mi piace pensare che un giorno, forse, un dio senza nome si stabilirà su questo piccolo mucchio di terra, prenderà posto nella tomba illuminata dei miei gesti, con le parole di tutti i giorni, semplici passeri. Riprenderà fiato un istante per poi partire verso ciò che accade, nei deserti dove sono gli uomini ed i loro cantieri.
Venerdì!
Sarà il suo nome”
“Mostrare nient’altro che l’istante. La pietra, l’uomo, l’arcobaleno. Le parole che si radunano qui. Che mi riportano qui. E’ tutto.
Rintanato nell’emergenza.
Con poco.
Pala. Piccone.”
