Il Panfilo racconta – 23 aprile 2024

Aldo Moro – Una biografia

Lo scorso 16 aprile, il Partito democratico di Belluno ha avuto il privilegio di ospitare, nel quadro delle iniziative della sua scuola di formazione politica, il prof. Massimo Mastrogregori, autorevole storico ed accademico nonché autore, per i tipi della Salerno editrice, di una proficua biografia su Aldo Moro (2018).
La serata andava sotto il titolo: “Aldo Moro a giudizio della storia”; impresa davvero ardua per una serie di difficoltà e di pericoli che ci si trova ad affrontare nel tentarlo; giudizio peraltro richiesto dallo stesso interessato, come da comunicato della famiglia in data 9 maggio 1978: “sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia”.

Innanzitutto, chi non ha vissuto, sia pur da giovanissimo ed in un contesto decentrato, quei terribili giorni non può comprendere appieno l’ansia, il senso di smarrimento generale, di precarietà di quei momenti in cui il destino di un uomo, certo non qualsiasi, sembrava inscindibile, in un senso o nell’altro, dal futuro della Repubblica. L’onda emotiva scaturitane ne fa, ancor oggi, l’oggetto di un’attenzione quasi ossessiva, dove il secondo termine di giudizio (la morte) esonda sul primo (la vita) sommergendolo quasi completamente e venendo spesso scandagliato fin nelle minuzie meccanicistiche. Per non parlare del rischio di sprofondare in un pantano agiografico obbligatoriamente onorifico di fronte all’enormità e drammaticità dell’episodio.

Accostarsi, poi, alla figura di Aldo Moro in una sede di partito, per ciò stesso di forte appartenenza e caratterizzazioni ideale e politica, comporta la possibilità di cadere nella trappola della lettura di parte, della strumentalizzazione, di voler vedere nel soggetto analizzato quanto a noi più vicino e più somigliante per farne conferma delle nostre inclinazioni ed ambizioni.

L’opera del prof. Mastrogregori ha evitato brillantemente tali insidie. Ha riequilibrato i due elementi di giudizio (vita e morte) ristabilendone le proporzioni intrinseche e la normale scansione. Tutta la vita di Aldo Moro è presentata con distacco obiettivo e con una dovizia di particolari (circa un quarto del libro è costituito da note frequentemente di grande ampiezza, testimonianze, fonti bibliografiche cui si fa rinvio quasi ad ogni riga del testo) dalla formazione iniziale lungo tutti gli incarichi attribuitigli sia in sede istituzionale che all’interno del Partito della Democrazia cristiana e agli ultimi giorni è riservata l’attenzione dovuta, quasi meramente cronachistica.

Se ne può derivare un giudizio storico, a patto di non intenderlo come parola definitiva, ma elemento di un processo mai conclusivo, a sua volta sottoponibile a critica ed ulteriore verifica.

Aldo Moro emerge quale personalità non comune, fin da subito autonomamente mosso da un disegno politico di ampio respiro, coerentemente distillato dal suo esteso ed approfondito portato culturale, formatosi negli anni giovanili delle associazioni cattoliche e dell’università di regime.
Vocato all’azione politica (di cui, alla fine, si pentirà), non fu mai indifferente ai suoi risvolti anche meno nobili, pur di esercitarla con efficacia.
Profondamente consapevole di doversi muovere entro i limiti posti da una ben determinata situazione interna ed internazionale, esercitò fino in fondo la virtù della prudenza, traducendola in gradualismo e continua mediazione (arte di cui era maestro e che gli fu sovente rimproverata come propensione al rinvio inconcludente), ma sempre con lo sguardo rivolto in alto.

Quasi terrorizzato da ogni velleitarismo rivoluzionario, di cui paventava anche le possibili reazioni, fu sempre attento a ricondurre ogni pulsione disgregatrice entro i confini dell’istituzione ed autorità statuale, la cui preminenza aveva assimilato in epoca fascista, certamente presupponendone un’evoluzione in senso democratico.
Gli obiettivi di consolidamento della democrazia e dell’allargamento degli spazi di libertà e giustizia individuali e collettivi, ispiratigli dalla dottrina sociale della Chiesa, furono da lui perseguiti mantenendo ferma la laicità del suo partito, in un’indipendenza, ciascuna nel proprio ambito, fra gerarchia ecclesiastica e Democrazia cristiana, mai distorta in distanza e contrapposizione.

Convinto della centralità pressoché insostituibile della DC, costellazione di sensibilità diverse spesso anche grettamente conservatrici, non esitò, talvolta con un’inconsueta determinazione da sembrare arroganza, a preservarne con ogni mezzo l’unità, rivendicando ed esercitandone sovente la guida, quale punto più elevato di sintesi ed equilibrio.

Profondo conoscitore, fin nei dettagli, di ogni singolo problema, era l’unico vero amministratore dell’organicità del suo vasto archivio privato, poi fortuitamente (o volutamente?) disperso. Anche questa vicenda è stata osservata nella biografia del prof. Mastrogregori, facendo supporre che Moro, prigioniero delle Brigate rosse, sapesse e sapesse molto. Dai documenti a più riprese ritrovati in seguito (salvo che non si sia verificato un negoziato parallelo per una loro parziale restituzione alle istituzioni) emergono, però, rivelazioni scarne ed estremamente irrilevanti. Siamo, pertanto, autorizzati a pensare che, nella prigione del popolo, Aldo Moro abbia trattato per la propria vita, lasciando solo intendere ai propri interlocutori (autorità e carcerieri) che avrebbe potuto divulgare tanto e con danni irreparabili, ma senza mai, di fatto, arrivare ad anteporre la propria salvezza a quella dello stato democratico, che tanto si era adoperato per costruire.

Massimiliano Zannin