Il Panfilo nel mondo – 23 aprile 2024
Un rametto di rosmarino - Per il 25 aprile portoghese
Sei que estais em festa pá, fico contente,
em quanto estou ausente, guarda um cravo para mim.
Eu queria estar na festa pá com a tua gente
e colher pessoalmente uma flor do teu jardim.
Sei que há léguas à nos separar, tanto mar, tanto mar.
sei também quanto é preciso pá navegar, navegar.
Lá faz primavera pá, cá estou doente,
manda urgentemente algum cheirinho de alecrim.
(1ª versione della canzone Tanto mar di Chico Buarque del 1974: So che fai festa papà, sono contento, /per quanto sia assente, tieni un garofano per me. /Vorrei essere alla festa, papà, con la tua gente, /e cogliere di persona un fiore del tuo giardino. / So quante leghe ci separano, tanto mare, tanto mare, /so anche che bisogna navigare e navigare./Là si fa primavera, papà, e qui io soffro./Manda presto un rametto di rosmarino).
Foi bonita a festa pá, fiquei contente,
ainda guardo renitente um velho cravo para mim.
Já mocharam tua festa pá, mas certamente
esqueceram uma semente em algum canto de jardim.
Sei qua léguas a nos separar, tanto mar, tanto mar,
sei também quanto é preciso pá navegar, navegar.
Canta a primavera pá, ca estou carente,
manda novamente algum cheirinho de alecrim.
(2ª versione della canzone del 1978: È stata una bella festa, papà, ero contento, / e ancora tengo per me con gelosia un vecchio garofano. / Ti hanno rovinato la festa, papà, ma senza dubbio /han nascosto un seme in qualche punto del giardino. /So quante leghe ci separano, tanto mare, tanto mare, /so anche che bisogna navigare e navigare. /Canta la primavera, papà, qui mi manca. / Manda un altro rametto di rosmarino).
Il 25 aprile del 1974 un’insurrezione militare rovesciò i detriti del governo salazariano, motivo per cui i portoghesi festeggiano l’antifascismo nella nostra stessa data. Era primo ministro Marcelo Caetano che prese il primo volo per il Brasile. Dal Brasile, invece, un grande cantautore come Chico Buarque scrisse questa simpatica ballata per omaggiare quei curiosi militari che, mettendo dei fiori di garofani nei propri fucili, fecero proprie le parole del movimento contro la guerra del Vietnam (“put flowers in your guns”). Anche il Portogallo da tredici lunghissimi anni era impegnato in una guerra sanguinosa e che lo esacerbava, contro le insurrezioni in Mozambico, Angola e Guinea Bissau mentre cresceva l’ostilità anche a Capo Verde, São Tomè e Timor Est.
Buarque, che era stato in esilio in Italia nel 1969, tornato dopo le censure governative nella propria nazione nel 1970, compose questo brano che, però, gli fu proibito di cantare. In un memorabile tour con Maria Bethânia, lo dovette eseguire solo per la parte strumentale. Varie le cose notevoli anche sotto il profilo linguistico: l’uso del tu, seconda persona personale, invece del você alla terza persona singolare, come usano i portoghesi e non i brasiliani (per capirci, un portoghese chiederebbe a un amico: tu come stai? E un brasiliano: você come sta?), per riferirsi al pubblico europeo. Ancora, l’uso del vezzeggiativo pá, che abbrevia pai, padre, appunto per il rapporto generazionale (dal Portogallo è nato il Brasile). Buarque insisteva nella nasalizzazione dei suoni, com’è tipico della pronuncia europea, non di quella brasiliana, oltre alla s scandita con quel suono impuro tipico della norma europea. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, non solo l’Atlantico che separa Brasile e Portogallo, ma il mare dell’impossibilità politica, almeno per il momento, di uscire dalla dittatura. E allora bisogna fare una cosa che i portoghesi han saputo fare bene nella propria storia: navigare. Mi sono chiesto più volte che senso abbia invece l’ultimo verso, cioè perché mandare in fretta un rametto di rosmarino. Al di là della risposta più banale (la rima è molto complessa, con uno schema ABCB DDAB) del fare rimare alecrim con mim, non mi hanno convinto le proposte di chi dice che il rosmarino simboleggerebbe qualcosa. Sia perché piana tipica del Portogallo, sia perché pianta che fiorisce molti mesi dell’anno e quindi sarebbe segno di rinascita.
Tuttavia, il movimento comunista che trovò consensi nel primo ministro Vasco Gonçalves, non godette di buona stampa all’estero. Tra il 1974 e il 1975 il governo nazionalizzò il 70% del Pil mettendo nelle proprie mani le proprietà di banche e imprese di ogni genere e concedendo rapidamente l’indipendenza alle sue colonie (perlomeno le principali). La guerra, da oltre tredici anni, consumava quasi due terzi del bilancio di stato e i giovani erano costretti a uno snervante servizio militare di almeno due anni in Africa. Il compagno Gonçalves, come lo chiamavano i militanti, si trovò così escluso dal governo e nel novembre del 1975 una nuova insurrezione tentò di riportare i comunisti al potere, ma fu respinta e ci furono tre morti. Lo aveva detto anche il Segretario di stato americano, il vecchio Henry Kissinger, al segretario socialista Mario Soares: o tutto questo finiva o i politici portoghesi avrebbero presto fatto la fine degli ungheresi e dei cecoslovacchi. Dopotutto, il Portogallo era nella Nato. Così fu, e alla fine la rivoluzione prese un corso più consono alle democrazie di mercato europee. Per questo Mario Soares la definì l’ultimo atto leninista del Novecento e, per i suoi esiti, la vittoria dei menscevichi. Finì in un sol colpo il Prec (Processo revolucionario em curso), il movimento radicale di trasformazione delle forme di proprietà e della società portoghese.
Da qui arriva l’ispirazione per la seconda versione della canzone di Buarque: la festa è ormai finita e rovinata. Nel 1978 il Portogallo è un paese sì, socialdemocratico, ma che non ha veramente tentato la rivoluzione, quella vera. Rimane però la speranza e l’invito a cantare la primavera: nonostante tutto, la saudade, nostalgia felice, torna ancora una volta, come da stereotipo. Ma stavolta sotto una luce nuova: come messaggio politico.
Muito boa festa do 25 abril!
Ascolti.
Il suggerimento è banale, ma è imprescindibile: Grândola vila morena di Afonso Zeca o José Afonso, che in Portogallo gode la fama d’essere il maggiore dei cantautori. Trasmessa alla radio nella notte tra il 24 e il 25 aprile, la canzone parla di una città del sud dove alcuni comitati spontanei di braccianti cercavano di fare quadrato nelle lotte per il lavoro. La canzone fu vietata dalla censura ma circolò clandestinamente, anche perché se è vero che vietò il brano singolo, non vietò però l’album in cui era contenuta (Cantigas do maio). Già molto celebre, Afonso si trovò così a essere un mito in vita: nel 1975 pubblicò Coro dos tribunais, grandioso omaggio alla tradizione musicale africana in cui ironizza sui tribunali e la repressione politica del salazarismo. Morì nel 1987, durante un breve periodo di riposo durante la campagna elettorale per i socialisti.
La prima versione della canzone di Chico Buarque de Hollanda è dispersa in alcune registrazioni pirata in studio, più celebre quella solo strumentale con Maria Bethânia (Chico Buarque & Maria Bethânia ao Vivo, 1975). La seconda è in Chico Buarque del 1978.
Alcune canzoni meritevoli di menzione sono anche Queda do imperio di Vitorino Salomé (Flor de la mar, 1983) sulla fine dell’impero portoghese e, ancora, un album del cantautore Fausto Bordalo Dias. Il suo Por este rio acima del 1978 è una ripresa dai racconti del viaggiatore Fernão Mendes Pinto che fu poi gesuita tra le pochissime voci critiche delle crudeltà dell’imperialismo portoghese nel Cinquecento: la dimensione della favola e della storia si mescolano in una critica sottile al mito della nazione, cui Fausto contrapporrà invece l’idea già di Pessoa che la patria non sia la comunità politica e bellicosa, ma la lingua portoghese. Non era la prima volta che questo tema dell’imperialismo veniva menzionato: Chico Buarque in Chico canta del 1973 portò su disco un Fado tropical che venne censurato per citare la sifilide: nei recenti restauri del disco, il cantautore ha proibito di eliminare la censura, perché rimanesse come testimonianza dell’intervento della dittatura. La storia di Calabar è la storia di un mulatto che si rivoltò contro i portoghesi in favore degli olandesi e per questo fu torturato. Ne trasse anche un testo teatrale, Calabar: elogio da traiçâo del 1972, scritto con Ruy Guerra. Ancora, di Sergio Godinho segnalo soprattutto Que força é essa, da Os sobreviventes del 1972, in cui l’alienazione del lavoro e la condanna alla fatica e all’abbruttimento esplodono con violenza e disinganno.
Eddy Benato
