Il Panfilo nel mondo – 13 novembre 2023
Fra un anno, a Gerusalemme. Divagazioni introduttive
Dopo il rito della Ne’ila che si celebra una sola volta l’anno, a Pesach, o alla fine del momento conviviale passato a tavola, gli ebrei aschenaziti si scambiano un augurio e un saluto, una frase di speranza che ha un significato celebrativo: “Fra un anno, a Gerusalemme”. Ci si congeda e ci si dà appuntamento in un luogo ideale: il posto dove tornare, la città santa dove tutto ebbe inizio e dove tutto dovrà finire. Così annotava, nel primo Quattrocento, nel suo Libro sulle tradizioni, Isaac Tyrnau (1380/85-tra il 1439 e il 1452), con tutta probabilità così cognominato dall’odierna Trnava (Tyrnau in tedesco), cittadina slovacca a 50 chilometri dalla capitale Bratislava, sulla lunga arteria autostradale che la raccorda a Cracovia attraversando tutto il paese. Poco sappiamo di questo rabbino, forse nato a Vienna, che si spostò poi nell’odierna Slovacchia: nel 1420 scriveva a un celebre studioso ed erudito ebreo tra i più noti del tempo, Yaakov ben Moshe Levi Moelin (circa 1367-1427), raccontando di un proprio divorzio. La sua testimonianza sugli usi degli aschenaziti ci è preziosa e ci consente per la prima volta di sapere come una frase augurale sarebbe divenuta, nel corso dei secoli, un ritornello, una litania, una convinzione profondamente radicata: gli ebrei dovevano tornare a Gerusalemme. Così sarebbe stato e, cinque secoli più tardi, il 14 maggio del 1948 mentre a Feltre il popolo si stringeva intorno alla trionfante chiesa feltrina – dopotutto i religiosi locali avevano grandi meriti civili nella lotta partigiana – per celebrare i propri santi patroni Vittore e Corona e il clero non celava le sue preoccupazioni per le prossime elezioni del 2 giugno e il timore di una vittoria comunista, David Ben Gurion proclamava solennemente la nascita dello stato degli ebrei: Israele. L’augurio rituale si era fatto realtà.
Parto con il dire di che cosa non si occuperà questo scritto. Non tratterà dell’odierno conflitto israelo-palestinese a partire dall’attacco sferrato da Hamas lo scorso 7 ottobre, non entrerà nel vivo della questione sulla legittimità dello stato israeliano, non si soffermerà su possibili ipotesi di convivenza tra le popolazioni. Tutti temi importanti, cruciali, vivi nella coscienza civile odierna e francamente anche molto più centrali di quello che queste righe vogliono raccontare: anche perché sono inevitabilmente lontani dagli interessi dell’autore, di diversa formazione, né giuridica, né contemporaneistica, né altro ancora.
Mi sono imbattuto per la prima volta nel problema ebraico propriamente detto tre anni fa, con il caso di Simonino di Trento, occasione in cui, per pura casualità, mi trovai a leggere dei libri sullo pseudo-martire per una ricerca universitaria e venni a sapere, tramite un amico di allora, di una segnalazione ai media israeliani di un’opera d’arte – peraltro molto brutta, tutta mestiere e senza spirito, almeno a mio parere – che ricordava la storia dell’infanticidio rituale che gli ebrei avrebbero compiuto contro un bambino di Trento. Per la seconda volta, mi capitò di parlare direttamente di ebraismo, per curiosità, mentre mi trovavo a Sarajevo in un viaggio di piacere con amici, un anno e mezzo fa: chiacchierando con un affabile taxista emerse la curiosità che anche nella “Gerusalemme balcanica” esisteva una bella sinagoga ottocentesca, così convinsi un’amica ad andarla a visitare. Accolti da un simpatico e ciarliero custode, la maglietta nerd con una divertente stampa, la kippah alla buona e la parlantina inarrestabile, finimmo a visitare la decantata sinagoga. Pompier sarebbe stato corretto dire: orientaleggiante, pomposa, forse un po’ pesante per noi, italiani che venivano da Venezia, città dove l’Ottocento ha fatto disastri (e in questione di secondi parte il bias cognitivo: Ottocento = kitsch). La chiacchierata fu seducente: gli ebrei di Sarajevo erano ormai pochi, erano sefarditi, di lontanissima ascendenza portoghese (“Ah! Come Canetti!” feci io che volevo fare la citazione colta. “Come Canetti e tanti altri” sorrideva il nostro amico: Cecilia lo aveva già soprannominato il fake rabbino, perché era uno studioso della Torah che prestava servizio, guidava liturgie, ma non era incardinato come ministro. Se non ricordo male doveva ancora finire i suoi studi). Gli ebrei di Sarajevo erano ormai pochi: la Shoah aveva colpito duro nei Balcani, tanti erano partiti, i rimasti erano per lo più secolarizzati e ben poco praticanti: si riuniscono ancora per pregare, anche se conoscono poco il ladino e le lingue giudaiche della tradizione, cosicché il Nostro si era imbarcato nell’impresa di tradurre alla buona in ebraico moderno e anche in bosniaco le preghiere da recitare, perché ormai non le capiva nessuno. I pochi a chiedere riti specifici erano alcuni foreigner Jew come ci diceva, che domandavano di celebrare il matrimonio in grande stile quando tornavano a Sarajevo, terra natia degli avi. Per loro significava andare a pescare un rabbino, e chiamarlo di solito dai paesi vicini dove c’erano comunità più cospicue di numero. Un gruppo piccolo, ristretto, pacioso, in una palazzina soleggiata: dopo un po’ sarebbe stata ora di pranzo, due signore sulla sessantina giocavano a carte e apparecchiavano, perché la Benevolencija, grossomodo la struttura caritativa della sinagoga, serviva a mensa chi ne avesse bisogno. Lungo, sarebbe, in realtà, raccontare la storia di questa realtà assistenziale, che grandi meriti acquistò tra i bosniaci negli ardui mesi della guerra, e viva è ancora la memoria, nel paese, dell’opera di soccorso prestata. Questo il mio unico contatto rilevante con una comunità ebraica, dove mi sembrava fosse vissuto, per il poco che ne parlammo – la mia amica fece domande più specifiche – il dramma del post-conflitto nei Balcani molto più che il resto dei problemi (si discuteva di cose che a me sembravano scaramucce con le altre comunità ebraiche balcaniche, in particolare le serbe, maldisposte verso gli ebrei bosniaci: cosa che, disse il nostro cicerone, it personally hurts me). Di quella pigra, oziosa, soleggiata e mediterranea conversazione nella sinagoga sefardita ho un ricordo bello e indelebile di che cosa è, a volte, una religione, un’identità, una società altra da noi.
È molto facile, per certi versi, immaginarsi l’altro a migliaia di chilometri da noi. Parlerà una lingua incomprensibile, avrà usi e costumi totalmente diversi. In realtà, l’altro è anche dentro casa nostra: non solo per le migrazioni e la globalizzazione, ma proprio perché, nei fatti, non si può definire una cultura come una cultura, se non si fa una netta e deliberata scelta di fraintendere l’importanza da attribuire a certi tratti invece che ad altri. Gli antropologi, oggi, sanno per forza di cose, di non dover per forza andar lontano, come si faceva un tempo, per studiare. Anzi, forse, più sottile, più intelligente, più rara, potrà essere la mia indagine, se la faccio scardinando qualche stereotipo su quello che ho di fronte la porta di casa mia, perché più difficile è rovesciare il tavolo delle convinzioni, dei preconcetti, delle legittime opinioni che già abbiamo su quello che vediamo ogni giorno. L’altro, talvolta, non sorprende, non disorienta, non stupisce: ed è forse, tutto sommato, un gran bene (mi viene da pensare che avremmo anche molti più conflitti di quelli che abbiamo già…).
Di ebrei ho finito, non volendolo, di doverne parlare per tesi, concorsi e progetti di dottorato: faticando, e non poco, per liberarmi della loro ingombrante presenza. Ebrei nell’Inquisizione portoghese, ebrei nella Controriforma, ebrei nella propaganda cattolica antirisorgimentale, ebrei e chiesa nel totalitarismo fascista, ebrei persino nei formulari dei cancellieri papali e nel notariato medievale che dovevamo studiare per il diploma dell’archivio… Ci sono temi che ci stanno di colpo antipatici, anche senza motivazioni: l’ebraismo era per me, certamente, uno di quelli. Non mi aveva mai attratto e vederlo spuntare fuori di continuo continuava a rendermelo fastidioso, tanto più che, io che ne avevo poco a che fare, faticavo a racimolare un po’ di bibliografia su quello che mi serviva e sull’ebraismo, invece, saltavano fuori citazioni a iosa. Saturo di queste discussioni, un giorno finii per parlare con una studiosa di grande dottrina ed erudizione di una proposta di ricerca: può darsi non disse cose particolarmente nuove a mia prima impressione ma il suo invito, perentorio e fermo, dopo aver disapprovato la superficialità con cui avevo accostato il tema, era quello a ritornare sull’argomento. Uscii un po’ scosso da quel confronto, ma la severità fu giusta e fertile di suggerimenti.
A volte, argomenti trattati in modo frusto e vecchio, riprendono vigore se sono guardati con tagli nuovi. Non è tanto la novità della fonte, della domanda generale, o del soggetto delle ricerche: quanto la provocazione di prendere un punto di vista che potrebbe sembrare astruso, e una prospettiva obliqua, tutta storta, ma che si rivela capace di colpi d’occhio impensati. Lo spaesamento vero, anche quello dello studio, può capitare così: così come, credo, era stata spaesante quella conversazione a Sarajevo, proprio perché gli ebrei bosniaci non erano niente di quello che ci saremmo aspettati di vedere. Vivevamo vicino al ghetto di Venezia, dove il passaggio di signori con la barba lunga, vesti nere e lunghe, ben larghe alle maniche e i cappelli a larga tesa, erano un fatto quotidiano. Tolto il mistero e la curiosità per le prime due o tre occasioni che li avevamo incontrati era francamente prevalsa anche una certa antipatia, detto in modo schietto. Il sabato sera si facevano grandi feste in Campo del ghetto vecchio, la musica a volte arrivava alle finestre o quando andavamo a bere da Fifo e alla quinta settimana di fila di Ava Naguila avevi anche perso la pazienza col repertorio tradizionale. Il passaggio da “Quanta multiculturalità” a “Che rottura di coglioni”, come mi scappò impunemente una volta di bocca quasi scontrandomi mentre tornavo con le sporte piene dal Conad con dei ragazzini in kippah che correvano per le Fondamente degli Ormesini, fu brevissimo. Eppure, inutile negarlo: gli ebrei di Sarajevo ci avevano un pochino deluso, le kippah, le vesti, i riccioli avremmo voluto vederli da loro. Il diverso, in vacanza, va bene.
Partendo quindi da queste piccole esperienze, ho provato a guardare le vicende di guerra in quella (non troppo) remota contrada del mondo partendo dunque da quello che potevo provare a mettere insieme, le perplessità che uno si porta dentro per quello che ha saputo sapere, vuoi per studio, vuoi per biografia. Mi sono messo alla tastiera e ho pensato di gettarla giù così. C’è un filo comune, secondo me, tra i pigri e benevoli ebrei di Sarajevo, quelli del ghetto a Venezia e quelli che trovo nelle carte del Santo Ufficio? Secondo me sì, ed è lo stesso che arriva alla necessità di dare una pezza d’appoggio alle rivendicazioni dei coloni in Cisgiordania: l’identità. Il punto di partenza è una questione fondamentale, l’ebraicità, la domanda “chi è ebreo?”. Quattro possibili risposte – dalla più tenue alla più pesante e pericolosa: una politica, una religiosa, una culturale, una affidata alla biologia – mi lasceranno tutte insoddisfatte e quindi proverò, col tempo, a sviluppare una strada, come mio solito, tortuosa, volutamente spezzata e interrotta, per non arrivare mai al cuore del problema: non parlerò della Shoah e il conflitto arabo-israeliano sarà visto solo di riflesso perché non ho le competenze per farlo e, soprattutto, impuntarsi a parlare di queste materie darebbe al discorso una patina ancora più pretenziosa, sfondando nella piena tuttologia. Sono argomenti su cui esiste una bibliografia sterminata e incontrollabile: mi limiterò a quei cenni utili e ai rimandi necessari che ho ricavato dalla manualistica di alto livello e dagli aggiornamenti che ho ricevuto da amici che seguono la questione con maggiore competenza. Perché, in effetti, si parlerà per lo più di tardo medioevo, modernità e Ottocento e, per quello che segue, solo delle conseguenze che il movimento del sionismo produsse nell’identità ebraica stessa. Affrontare il problema del “chi è ebreo?” in toto significherebbe ripercorrere una storia monumentale e più che millenaria, dagli eroi e antieroi della Bibbia, passando per Giulio Cesare ed Augusto, Gesù e Paolo di Tarso fino a Netanyahu: anche un centesimo di questo sarebbe troppo. Quattro secoli bastano e avanzano. Quanto all’idea dell’autore sui problemi attuali, è giusto essere onesti, perché le trattazioni fintamente neutrali sono sempre le più disoneste e le più distorsive. Chi scrive ritiene che la soluzione dei due stati sia l’unica vaghissimamente percorribile ma non enumera né tempi, né modi, né termini perché si esaurirebbe tutto in pensierini beneauguranti da Miss Italia sulla pace nel mondo; che allo stato presente la domanda se sia stato giusto o meno fondare Israele abbia sostanzialmente esaurito il suo senso, anche perché se si rispondesse di no, prevedere le conseguenze di un simile convincimento potrebbe implicare un male che ritengo di gran misura peggiore al caos odierno (e cioè un potenziamento del conflitto per la sopravvivenza di Israele forse fino alla tremenda e innominabile opzione Sansone, una catastrofe umanitaria di scala esponenzialmente maggiore e solo con un intervento di esterni si avrebbe una vaga possibilità di riuscita: ma già basta vedere come ha tremato, il 31 ottobre, il Financial Times alla prospettiva di una guerra con l’Iran, che blocchi lo stretto di Hormuz e il golfo Persico). Resterò quindi ai margini dell’intreccio, per così dire, spigolando un po’ qua un po’ là, piccole curiosità da legare insieme.
Approfondimenti.
Su Isaac Tyrnau si veda Martin J. Heller, The Sixteenth Century Hebrew book, vol. II, Leida-New York, Brill, 2022, p. 891. Per cominciare a muovere i primi passi nelle complesse liturgie ebraiche mi sono rifatto a Lesli Koppelman Ross, Celebrate! The Complete Jewish Holiday Handbook, Oxford, Jason Aronson, 1992. Un breve punto sulla questione del sionismo nel recente Michael Scott-Baumann, The Shortest History of Israel and Palestine. From Zionism to Intifadas and the Struggle for Peace, New York, The Experiment, 2023. La mia riflessione su alterità e stereotipi culturali, saccheggia a piene mani il divertente e scanzonato James Clifford, I frutti puri impazziscono. Etnografia, letteratura e arte nel secolo XX, Milano, Bollati Boringhieri, 2010. Sul Ghetto di Venezia è una vera propria rivoluzione storiografica Renata Segre, Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi (1250-1516), Venezia, Edizioni Ca’ Foscari, 2021. Su Gesù di Nazaret ebreo del I secolo il classico John P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, 4 voll., Brescia, Queriniana, 2001-2008.
