Manifesto
Dove eravamo rimasti?
Il Panfilo osserva, ricorda, raffronta: tiene il filo.
Oggi guarda al futuro.
Il Panfilo va oltre il Panfilo.
Rinasce.
Diventa altro.
Una nuova voce per la sinistra bellunese.
Uno spazio aperto. Un punto di raccolta per il dibattito, a un tempo dentro e fuori i partiti.
Contro quella lunga educazione all’impotenza che negli ultimi anni ha preso il nome di antipolitica, e che ha reso sempre più opaco e irresponsabile il potere che attraversa, struttura e governa la nostra società. E la nostra provincia.
Questa rivista nasce per fare il contrario. Per rimettere in circolo discussione, conflitto, mediazione, progetto.
Il Panfilo ha la propria linea politica e la propria redazione. Ma è pronto a mettersi a disposizione e a dare voce agli amministratori locali, ai dirigenti e ai militanti di partito, ai sindacati e alle associazioni, ma anche a quei movimenti che alla forma-partito preferiscono il rapporto disintermediato con la comunità.
Nessuna preclusione.
Ma a partire da una premessa: il Panfilo non finge neutralità.
È un giornale di parte. Schierato.
Perché un territorio lo si comprende davvero solo scegliendo da che parte stare dentro i conflitti che lo attraversano. Perché la conoscenza politica non nasce dalla distanza, ma dalla presa di posizione. Non dalla contemplazione dell’oggetto sociale, ma dall’ingresso nelle sue contraddizioni per trasformarle in un progetto capace di superarle. Dalla capacità di riconoscere quali interessi tengono in piedi una comunità e vanno difesi, e quali invece tentano di subordinarla e vanno combattuti.
L’orizzonte è provinciale. Senza però cadere nel provincialismo.
La provincia di Belluno non come somma di campanili, ma come territorio che ha bisogno di ritrovare una voce comune, una scala politica adeguata ai propri problemi, una direzione. Anche quando affronteremo tematiche nazionali, lo faremo a partire da qui. Dal modo in cui le grandi scelte di sistema ricadono su una provincia interamente montana, segnata dallo spopolamento, dalla ritirata dei servizi, dall’indebolimento dei luoghi pubblici della decisione.
Per questo i grandi temi del Panfilo saranno innanzitutto quelli su cui si decide il destino materiale del territorio bellunese: la paradossale crisi abitativa che serpeggia in provincia, l’inefficienza del sistema dei trasporti, il graduale depauperamento della sanità territoriale. E ancora il nuovo assetto dei servizi sociali che prenderà il via con gli ATS (con le sue opportunità e i suoi rischi), e infine, ma certo non per importanza, l’imminente partita dell’acqua e l’energia.
E tuttavia, una rivista politica che voglia parlare all’intero territorio provinciale, dal Cadore a Setteville, non può vivere soltanto delle grandi questioni strategiche. Per questo, il Panfilo si occuperà anche della dimensione comunale. Delle amministrazioni locali, delle loro difficoltà, prospettive e possibilità. Con l’ambizione di favorire il confronto tra esperienze diverse e di farsi vettore di diffusione delle buone pratiche amministrative maturate tanto nei nostri territori quanto nel resto d’Italia.
Pur non facendone il centro di interesse principale, quando l’occasione lo richiederà, queste pagine ospiteranno poi approfondimenti di carattere storico e culturale.
È quel che accade già nel primo numero cartaceo.
A ottant’anni dal referendum che segnò la nascita della Repubblica italiana, abbiamo dedicato un’intera sezione a quella stagione fondativa della nostra democrazia, con particolare attenzione a come essa è stata vissuta qui, nel bellunese.
E in fondo, a ben pensarci, il filo rosso che attraversa le pagine di questo numero è uno soltanto: la democrazia.
La democrazia e la sua storia, nonché le sfide che si trova davanti.
Negli ultimi anni abbiamo sentito dire spesso che la democrazia è sotto attacco. Che corriamo il pericolo di un suo svuotamento. In Italia e non solo. Ed è vero.
Non solo per quanto riguarda il suo lato formale (lo stato di diritto, la separazione dei poteri, le libertà politiche e civili), ma anche e soprattutto per la sua dimensione sostanziale. Cioè la possibilità per una comunità di governare il proprio territorio, di orientare l’utilizzo delle proprie risorse, di contrastare le disuguaglianze economiche e sociali che svuotano di significato l’uguaglianza meramente politica.
Da questo punto di vista, la partita delle grandi concessioni idroelettriche, la crisi della rappresentanza territoriale, il destino dei servizi pubblici, il governo dei comuni, la partecipazione popolare evocata dagli ottant’anni della Repubblica non sono questioni separate.
Sono sfaccettature diverse di un medesimo problema: chi decide? Nell’interesse di chi? E attraverso quali strumenti?
Insomma, con una battuta dal sapore bobbiano potremmo dire: “Quale democrazia?”.
È una domanda che ci riguarda tutti.
Ed è la domanda da cui il Panfilo ha deciso di ripartire.
